La questione dei soccorsi

I soccorsi in azione

I soccorsi in azione

Il fatto è che la Lombardia ha approvato una legge per cui è prevista la compartecipazione alle spese dei soccorsi in montagna quando si accerta che l’intervento è generato da imprudenza, inadeguatezza dell’attrezzatura e in particolare se non si necessitano cure mediche. La regione va così ad aggiungersi a quelle poche altre che già prevedevano un pagamento per l’intervento di soccorso alpino: Valle d’Aosta, Veneto e Trentino-Alto Adige. Se in Lombardia il listino dei prezzi deve ancora essere stilato, nelle altre tre regioni il costo a carico del richiedente soccorso è conosciuto, come si può leggere in quest’articolo sul Sole 24 ore datato 2011.
Il minimo comun denominatore per dover sborsare soldi pare essere l’assenza di cure mediche o addirittura di ricovero in ospedale. In montagna, come tutti sappiamo, l’imprevisto è dietro l’angolo e non necessariamente questo comporta un infortunio o un malessere dell’escursionista, né tanto meno la sua imprudenza. Basare tutto sulla richiesta o meno di assistenza sanitaria mi sembra quanto meno limitativo, non può essere preso come caso di soccorso necessario – e quindi gratuito – solo quello in cui mi faccio così tanto male da dover per forza essere trasportato d’urgenza all’ospedale. Inoltre, chi valuta esattamente quando l’intervento è necessario o meno? Quanto deve farsi male un escursionista, per non dover pagare il soccorso? In Trentino, per esempio, puoi anche essere un ferito grave, ma dovrai sborsare comunque qualcosa.

L’idea alla base di queste leggi è quella di scoraggiare i turisti della domenica dall’andare in montagna sul principio “tanto alla peggio chiamo il soccorso”, generando situazioni in cui il soccorso non è davvero necessario e l’unica cosa da cui dovrebbero essere salvate quelle persone è la loro maleducazione. Ed ecco il punto, è un problema di educazione. Per evitare questi eventi occorre cambiare l’approccio delle persone alla montagna, avviare progetti che incidano sulla cultura e formazione, non presentare loro solo lo spauracchio del pagamento. Del resto se non si cambia il loro modo di avvicinarsi alla montagna, il problema si ripresenterà comunque, anche solo per via di persone di questo tipo abbastanza benestanti da poter pagare senza batter ciglio. Oppure si ripresenterà nelle regioni in cui il ticket non è previsto. I problemi vanno risolti alla radice, altrimenti continueranno sempre a spuntare da qualche altra parte.

Come rispondere

Come rispondere

Viceversa l’escursionista consapevole, accorto e conscio dei propri limiti e del modo più corretto di vivere la montagna, potrebbe comunque ritrovarsi in una situazione di emergenza e voler chiamare il soccorso alpino. Se c’è lo scoglio del pagamento, potrebbe essere tentato, visto lo stress della situazione, a risolvere la cosa per conto suo, per paura che la valutazione da parte di terzi della sua condizione – per lui critica, ovviamente, ma magari insignificante per i soccorritori – sia sfavorevole al suo portafogli, aggravando così la situazione e mettendolo ancora più in pericolo. Del resto se la base di valutazione di questi pagamenti è prevalentemente medica, questo ragionamento va ad applicarsi a tutte quelle situazioni difficili che comunque non coinvolgono un infortunio della persona.

O si fa pagare l’intervento a tutti – e intendo tutti in tutta Italia, e mi sembra veramente eccessivo – o non lo si fa pagare a nessuno, come dovrebbe essere secondo il mio modesto parere. Il soccorso è fondamentale per tante situazioni critiche, la salvezza di una persona non può essere collegata ai soldi, e non credo che l’inserimento di un pagamento consenta di risolvere davvero l’assurdità di certe chiamate che non sono vere emergenze. L’unico modo è quello di formare ed educare.

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